"Donna Bissodia" deriva dall'interpretazione dialettale di una frase del Padre Nostro latino (panem nostrum quotidianum da nobis hodie) e in certe zone del Veneto sta a significare "petulante, brontolone"...(cfr.post del 2 gennaio 2004). In realtà sono Francesco B., insegnante, blogger per curiosità.
"Il problema dell'umanità è che gli stupidi sono strasicuri, mentre gli intelligenti sono pieni di dubbi." (B. Russell)
"C'è al mondo una sola cosa peggiore del far parlare di sé: il non far parlare di sé. (Oscar Wilde)

Nome: Francesco
Insegnante di lettere nel triennio del Liceo Scientifico, spesso cerco di avvicinare gli studenti ad un uso consapevole degli strumenti informatici (programmi proprietari, open source, internet, blog...) Tale interesse non pregiudica il compito primario di far conoscere e capire l'oggi anche attraverso la lettura dei classici. E di qualche moderno, ovvio.
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Il piacere della lettura...
Due notizie che non hanno alcun rapporto fra loro hanno attirato oggi la mia curiosità. Confesso: mi piacerebbe avere l’ironia di Achille Campanile per poter trovare collegamenti e rapporti oscuri, sarei felicissimo di poter lavorare in punta di penna per saper tirare quei fili invisibili che legano fatti di per sé lontani, ma tant’è. C’è chi nasce Solone, chi Serse, chi Melchisedec, come dice Dante. E è chi non nasce niente…(aggiungo io, in vena di pessimismo). Comunque ecco le notizie.
La prima: c’è una guardia giurata quarantenne con l’hobby della chat che millanta capacità esoteriche. Una donna cinquantenne, anche lei con lo stesso hobby, lo conosce; cominciano a frequentarsi e dopo un po’ di tempo l’uomo convince la donna ad affidargli la figlia più piccola, per compiere un rito Maya che necessita di una vergine. Lo scopo? Ottenere una casa popolare. Ebbene sì, questo è ciò che la guardia giurata promette alla donna, che da tempo aspetta dal Comune una casa. Risparmio i dettagli sul seguito.
Seconda notizia. Un monaco buddista sta meditando. Improvvisamente, proprio durante la meditazione, viene colto da un’erezione involontaria(?). Si evira. Portato in ospedale per il reimpianto, rifiuta, ribadendo la sua rinuncia ai piaceri del corpo. I medici possono solo disinfettare e suturare la ferita.
Dette così, sembrano leggende metropolitane, specialmente quest’ultima. Purtroppo sono entrambe vere. E a parte il pensiero sul “come” – su cui ognuno si può esercitare e riuscire a produrre qualcosa di narrativamente valido – la mia riflessione va oltre, senza però riuscire a trovare il bandolo della matassa….Eppure, c’è, ne sono sicuro…
da Seneca, Lettere a Lucilio, VIII, 4 (73) (cosa significa, oggi, educazione civica?)
"...Gli uomini, nella loro stupida avarizia, distinguono il possesso e la proprietà e non giudicano propri i beni pubblici; ma il saggio invece giudica suo soprattutto quello che possiede in comune con l'umanità intera. Questi beni non sarebbero di tutti, se ai singoli individui non ne spettasse una parte: ciò che anche in minima parte è comune rende comproprietari...."
Queste parole di Seneca mettono bene in rilievo qualcosa di molto attuale: il concetto di proprietas e quello di possessio. Nel linguaggio legale di Roma antica il diritto di godere in modo pieno ed esclusiovo di un bene si identifica nel primo termine, cioè nella proprietas. La possessio, invece, era una forma meno esclusiva di proprietà, e coincideva con il potere su un bene mediante l'esercizio di un diritto. Forse oggi vi è un'analoga differenza fra "bene di proprietà" e "bene d'uso". Cercando di spiegare ad alunni maggiorenni (spero non prossimi elettori) questi concetti, mi sono trovato invischiato in una discussione su quanto detto recentemente da Prodi a proposito degli italiani "impazziti". Mi sono cadute le braccia quando uno studente ad un mio riferimento ingenuo alla sanità pubblica (pur con tutte le contraddizioni insite, alla quale tutti i cittadini contribuenti hanno diritto, ma verso la quale anche hanno il dovere di contribuire se ne vogliono usufruire) ha affermato che non gli sembra giusto pagare le tasse per un servizio al quale lui -e la sua famiglia- non si rivolgerà mai, preferendo risolvere i problemi esclusivamente in via privata...
Da "La paura di Montalbano"
"...Era vero, Livia aveva ragione. Lui aveva paura, si scantava di calarsi negli "abissi dell'animo umano", come diceva quell'imbecille di Matteo Castellini. Aveva scanto perché sapeva benissimo che, raggiunto il fondo di uno qualsiasi di questi strapiombi, ci avrebbe immancabilmente trovato uno specchio. Che rifletteva la sua faccia."
Da leggere e seguire...
http://www.onemoreblog.org/archives/cat_premio_calderoli.html