"Donna Bissodia" deriva dall'interpretazione dialettale di una frase del Padre Nostro latino(panem nostrum quotidianum da nobis hodie) e in certe zone del Veneto sta a significare"petulante, brontolone"...(cfr.post del 2 gennaio 2004). In realtà sono Francesco B., insegnante, blogger per curiosità.
"Il problema dell'umanità è che gli stupidi sono strasicuri, mentre gli intelligenti sono pieni di dubbi." (B. Russell)
"C'è al mondo una sola cosa peggiore del far parlare di sé: il non far parlare di sé. (Oscar Wilde)

Nome: Francesco
Insegnante di lettere nel triennio del Liceo Scientifico, spesso cerco di avvicinare gli studenti ad un uso consapevole degli strumenti informatici (programmi proprietari, open source, internet, blog...) Tale interesse non pregiudica il compito primario di far conoscere e capire l'oggi anche attraverso la lettura dei classici. E di qualche moderno, ovvio.
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maggio 1968, seconda parte
Che poi è forse dai primi rifiuti che nasce l’ansia da prestazione, il non sentirsi adeguati, il guardarsi vivere come se fossi dall’altra parte (è una cosa, questa che ho elaborato molti anni dopo, grazie al lavoro di insegnante: mi immagino, mi vedo, mi concentro sul mio sguardo, sui miei occhi, sui movimenti della testa e del corpo. Parlo e spiego, come fossi davanti a uno specchio).
Io ero negato per il ballo, lo ammetto: un palo nei lenti, una scimmia sgraziata nei veloci. Non sapevo dove mettere le mani, o meglio l’avrei saputo benissimo, ma mi sentivo bloccato e quindi nei lenti gesticolavo o lasciavo cadere mollemente il braccio lungo il fianco, tenendo l’altro delicatamente sulle spalle della sfortunata (o fortunata, dipende dai punti di vista). E’ lì che ho cominciato a fumare: la sigaretta permetteva l’occupazione di una mano per la durata del lento.
Una volta ho azzardato un approccio un po' più concreto (non con lei, non mi sarei mai permesso un'azione del genere). Mi aspettavo una reazione violenta, tipo una sberla o qualche frase a voce alta che mi avrebbe fatto diventare rosso di vergogna. Mi è andata bene: delicatamente si è staccata un po', continuando però a ballare.
Nel maggio di quarant’anni fa le mie passioni musicali erano nettamente separate. C’era un negozio, nella mia città, che vendeva a poco prezzo i dischi dismessi dai juke-box: i soldi raggranellati con la mancetta settimanale mi permettevano l’acquisto della musica necessaria allo scopo (i lenti pomiciosi, per intenderci), un po’di shake per vedere muoversi adeguatamente quello che era un sogno raggiungere). Ma qualche soldo in più lo destinavo ad un musica che con il ballo aveva pochissimo a che fare: Traffic, Cream, Jimi Hendrix, Janis Joplin, Iron Butterfly. Ebbene sì: fra i quattordici e i quindici anni conoscevo già questi personaggi mitici, che mi avrebbero accompagnato assieme a tanti altri negli anni a venire. Qualche vinile, molte cassette registrate dalla radio (mio papà aveva comperato un radio-registratore Grundig eccezionale per i tempi), alcuni manifesti psichedelici che tappezzavano la stanza, le pagine centrali di CiaoAmici O Giovani, chisseloricorda…
Insomma, dal 3 maggio al 10 maggio 1968, date fondamentali per il famoso “maggio francese”, io guardavo distrattamente il Telegiornale pensando sempre a lei. “Studenti operai uniti nella lotta”, “senecandebu” (incomprensibile, allora) erano gli slogan che cominciavo a sentire a scuola, e ad urlare anch’io, forse neanche troppo convinto, nelle prima manifestazioni. Ci andava anche lei, forse più convinta, non gliel’ho mai chiesto: ricordo solo che una volta ci siamo presi per mano, e d’improvviso non me ne fregava più di niente. Si correva in mezzo ai compagni, io e lei, ed eravamo soli nella folla ed avrei voluto urlare ben altre parole, se non fosse stato per quel “mi piace un altro” che pesava come un macigno nel mio ricordo.
Primo maggio 1968
Che cosa stavo facendo il primo maggio di quarant'anni fa? Probabilmente stavo studiando. Quarta ginnasio, primo anno di classe mista dopo sette anni di classi solo maschili, di cui tre in un istituto privato confessionale. Mi ero innamorato perso di una mia compagna di classe che ovviamente non mi considerava, o era troppo educata per mandarmi a quel paese, visto che l’accompagnavo a casa tutti i giorni ed era chiaro che, insomma, ero troppo timido per dichiararmi.
In poche parole, c’erano ancora i trimestri, ed io ero sotto di alcune materie: rischiavo la bocciatura, a dirla tutta. Studiavo, quindi, anche se la testa non era sempre dove doveva essere, per i motivi di cui sopra. Qualche sabato pomeriggio andavo con qualche compagno di classe alle prime feste nelle cantine con le luci colorate. I più abbienti avevano le luci stroboscopiche, qualche fortunato aveva uno scantinato a più locali, dove la luce non arrivava se non molto fioca: posto adatto per i primi veri e propri pomiciamenti che venivano subito dopo le strusciate con i balli lenti in cui si tentava il primo approccio. C’era sempre lo sfigato di turno, che si trovava, guarda caso, a fare il moccolo perché era arrivato lì accompagnando uno o più amici che, più intraprendenti, trovavano subito chi di dovere. Poi c’era l’imbranato, che non capiva che era lei che stava tentando: faccia rossa (per fortuna non si vedeva), mani sudate e gola secca. D’obbligo le bibite, con contorno di salatini e patatine. Qualche volta faceva la sua comparsa il superalcolico prelevato dal mobile bar di casa oppure si faceva colletta e si andava al supermercato vicino a comperare qualcosa di forte, che veniva subito nascosto non appena si sentiva la mamma che veniva ‘a dare un’occhiata’ e a far sentire la sua rassicurante (?) presenza.
Chi non aveva la cantina (io, ad esempio) faceva qualche festicciola nel salotto: passava le prime ore del pomeriggio a spostare verso le pareti tutti i mobili possibili per creare uno spazio adatto al ballo. Le persiane venivano chiuse (“perché?” era la domanda più frequente della mamma, che non capiva –o non voleva capire? Questo me lo sto chiedendo ancora), si prendeva qualche lampada e si sostituiva la lampadina (le conservo ancora: una rossa, una verde ed una blu), si cercava il luogo adatto per il giradischi e si aspettava con ansia che arrivassero tutti –soprattutto lei, per la quale ti eri preparato un sacco di discorsi da farle durante il ballo… e poi la frase risolutiva, fatale: “mi piace un altro”.
Questo per dire che a quattordici anni e mezzo, nel maggio del glorioso 1968, la politica non era in cima ai miei pensieri.
AVVISO AI NAVIGANTI...
Per un po' di tempo, tanto per capire come funziona, mi sono trasferito qui. Ogni commento (anche nel blog, ovviamente), sarà gradito.
Giornata di mercato, oggi. Mi aggiro fra le bancarelle pensando alla cena di stasera. Ho in mente di fare qualcosa di leggero, con un tocco di stagionalità: mi lascio entusiasmare dalla visione di stupendi carciofi freschi. Aggiudicati, anche se non credo di mantenere la promessa della leggerezza con ciò che penso di preparare.
Come apertura, ci sta bene una fantasia di verdure crude, adeguatamente marinate: zucchine, peperone rosso, carote, carciofi e uno scalogno. La marinatura è composta da un trito di aromi (origano, timo, maggiorana), uno spicchio di aglio, tanto per insaporire l’olio, un po’ d’aceto bianco, il succo di un limone e del prezzemolo fresco tritato poco prima di servire. Quasi quasi aggiungerò anche qualche pinolo. Se faccio a tempo, preparo tutto questa mattina, in modo che le verdure si insaporiscano al meglio.
Come primo piatto, sono ancora incerto se preparare dei tagliolini ai carciofi (che però potrebbero risultare un po’ pesanti, visto che la ricetta prevede un condimento di uova sbattute) o delle tagliatelle, sempre con un sugo di carciofi amalgamati questa volta con dei funghi secchi ammollati, tagliuzzati e soffritti con un po’ di cipolla, aglio e prezzemolo.
Il piatto “forte” sarà costituito da piccoli flan di carciofi con una fonduta di pecorino: ho trovato la mentuccia fresca, che aggiungerà un sapore particolare al tutto. E’ ben vero che panna e pecorino insieme sono ipercalorici, ma cercherò di contenere le dosi.
E per finire, alla faccia delle calorie, una mousse di cioccolato e Grand Marnier, guarnita con una manciata di nocciole tostate e tritate grossolanamente (l’occhio vorrebbe anche qualche ciuffetto di panna, ma lascio la scelta alla discrezione degli ospiti… e al loro appetito).
Per gli abbinamenti enologici, il carciofo è una brutta bestia: mi manterrei su un Muller Thurgau di Colterenzio a tutto pasto, sperando che la complessità delle ricette non lo rendano amaro e sgradevole. Forse però è meglio darsi alla birra...
Per il dessert, so bene che certi sommelier ritengono semplicemente impossibile l’accostamento tra vino e cioccolato, ma in casa ho qualche vino dolce e liquoroso, deciso come sapore: mi sembra che un Passito di Pantelleria possa ben accompagnarsi all’aroma del cacao. E se invece acquistassi un Barolo chinato? o un Recioto della Valpolicella? Vi aspetto con i vostri consigli! (se poi volete portare anche l'esempio pratico....)
Si riapre, forse
Stasera, a tutti gli amici che passeranno di qua sarà offerto un menu a buffet, con accostamenti non abituali e qualche effetto a sorpresa che spero possa piacere. Ho pensato ad un menu delicato: non vengono usati soffritti o sapori eccessivamente forti; l'uso dei grassi, dato il mio elevato tasso di colesterolo, è estremamente limitato. Si parte con un risotto ai mirtilli, in cui il colore viola è dato da una leggera spruzzata di vino e da qualche mirtillo frullato (anche l’occhio vuole la sua parte: qualche frutto servirà come guarnizione). Si prosegue con una piccola porzione di carne leggera, di tacchino, solo bollita ma aromatizzata adeguatamente con timo, alloro ed erba cipollina e condita a crudo con un filo di olio d’oliva e qualche goccia di aceto balsamico; le patate sono cotte al vapore; chi lo desidera può, ovviamente, diversificare il condimento arricchendolo a suo gusto: in casa non mancano di certo le spezie! Come dolce, ho pensato ad un gelato a base di yogurt e frutti di bosco, che di certo non appesantisce il menu. Lo vedo molto adatto a questo tipo di cena. Generalmente chi prepara la cena è costretto a salti mortali per tenere contemporaneamente compagnia agli ospiti: allora ho pensato che se il risotto ai mirtilli va fatto ovviamente all'ultimo momento, il secondo può essere preparato con un certo anticipo: la fesa di tacchino l’ho marinata per diverse ore nel pomeriggio, cotta per un'ora circa e poi raffreddata nel liquido di cottura. Una parte di questo liquido l’ho poi usato per cuocere al vapore le patate. Anche queste lo ho preparate con un certo anticipo. Il vino in questa casa non manca: ci vedrei bene un Grignolino piemontese, ma se qualcuno ha qualche altra idea, ben venga!